Cosa mangiavano gli antichi greci

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Nella Grecia antica il fattore  decisivo anche per la’limentazione era l’allevamento degli animali.

Dalle cronache di Omero si sa che c’era una grande predilezione per la carne arrostita allo spiedo o alla brace, carne di capra, di pecora, di maiale.

Nelle zone dell’interno dove c’erano invece solo strette valli che ponevano limiti all’allevamento del bestiame, la popolazione viveva più dei frutti della terra che, comunque, in queste zone non è molto generosa.

Si coltivava frumento, orzo, olivi, fichi e uva.

All’inizio del VI secolo si diffuse enormemente la coltivazione dell’olivo, l’olio infatti era molto richiesto in tutto il mondo antico oltre che per l’alimentazione anche come base per molti medicinali e per l’illuminazione.

La Grecia, ma soprattutto Creta,  si arricchì proprio esportando olio, semplice o aromatizzato con erbe aromatiche.

L’espansione della coltivazione dell’olivo per incrementare il commercio di olio tolse spazi vitali alle altre colture, soprattutto ai cereali, ma anche ai pascoli, per cui l’orzo divenne molto raro così come l’allevamento del bestiame.

A partire dal V secolo si espanse anche la coltivazione della vite anche in questo caso per l’esportazione di vini di qualità

Il vino è stato probabilmente “scoperto” per caso durante la preistoria, ossia un recipiente con l’uva dimenticato per qualche tempo fermentò e gli uomini, assaggiando, scoprirono che il succo così ottenuto era buono.

I vini più pregiati che venivano esportati erano quelli di Lesbo, di Chio e di Pramno che probabilmente erano vini dolci.

Anche i Greci usavano bere il vino molto annacquato e le annate buone venivano conservate anche per molti anni facendo diventare il vino denso e vischioso.

La fermentazione del vino veniva fatta in tini spalmati di resina, poi veniva filtrato con pelli di capra o maiale e consumato localmente oppure esportato in grosse anfore di argilla.

Ma torniamo al cibo: la dieta tipo di un contadino greco era incentrata sulla maza, una specie di farinata, cioè un impasto di cereali non cotti, e il puls che invece era un impasto fatto con lenticchie, fagioli e cereali (orzo) fino ad ottenere un composto oleoso e piuttosto saporito.

A questi piatti con i cereali univano olive, fichi, formaggi di capra, raramente del pesce salato. Insieme si bevevano latte di capra e  talvolta vino.

La carne si mangiava solo in occasione delle festività religiose.

I più facoltosi mangiavano anch’essi più o meno le stesse cose tranne che bevevano più spesso vino e mangiavano più spesso la carne arrostita e anche la cacciagione (cervi, lepri, pernici).

I pasti venivano consumati prevalentemente in piedi, fuori casa e rapidamente.

La cucina era piuttosto semplice, soprattutto a Sparta i cuochi non erano affatti rinomati, il “brodo nero” che qui veniva cucinato con maiale, aceto e sale aveva una cattiva reputazione in ogni dove.

Ad Atene invece la cucina era più raffinata e qui nacquero anche molti trattati di arte  culinaria tra i quali il più famoso era quello di Archestrato che apprezzava particolarmente il tonno fresco.

Specialità per gli ateniesi abbienti erano le oche e, pensate un pò, le uova di pavone.

Le galline erano conosciute, quasi ogni famiglia ne aveva una, ma le loro uova erano considerate un cibo povero e poco raffinato.

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